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L'unica discontinuità che serve adesso è quella che mette al centro l'interesse dell'italia

La parola magica è discontinuità. Come tutte le formule magiche pare destinata a risolvere in un baleno tutti i problemi. Il giorno in cui saremo discontinui, dicono i maghetti, vedrete che i nostri titoli di Stato si mangeranno quelli tedeschi, il nostro debito sarà sotto controllo, la Borsa tornerà a galoppare. D’improvviso la ricchezza invaderà l’Italia, il prodotto interno lordo crescerà manco fossimo un paese emergente. Magnifico. Peccato che le magie appartengono al mondo delle favole. E allora sarà bene rimanere, e saldamente, con i piedi per terra. Usciamo dalla commedia degli equivoci: a che cosa applichiamo questa discontinuità? Anzi meglio: a chi? Non si dice, ma si sussurra. La discontinuità si identifica in Silvio Berlusconi, si traduce nelle sue dimissioni. Ed è questo il limite che si dà a una parola chiave, certamente necessaria solo se interpretata in maniera virtuosa e realmente propositiva. Pensare di approfittare della crisi per disfarsi dell’avversario equivale a offendere l’Italia, a spingerla in un baratro senza prospettiva, a condannarla a un viaggio senza ritorno. Le locuste e gli ammaliatori di serpenti lì fuori – quelli per intenderci che hanno trasformato la borsa in una bisca legalizzata, capace nel breve volgere di un’ora di sprofondare e tornare in positivo in assenza di una sostanziale novità – non aspettano altro. Sono i predatori (in testa i famigerati hedge fund sparsi in tutto il mondo) che attaccano le nostre banche, più solide e fruttuose di quelle che operano nei paesi apparentemente più virtuosi del nostro, per trasformarle in bocconcini da fagocitare. E come lo fanno? Senza rischiare un solo euro, ma sfruttando un meccanismo di finanza tribale (le vendite allo scoperto) che consente di acquistare titoli in borsa pur non mettendo sul piatto un centesimo. Chi pensa che questo possa finire con le dimissioni di Berlusconi non solo è un illuso ma anche un irresponsabile.

Il nocciolo del problema non è l’Italia, ma l’euro e quindi l’Europa. Uccidere la moneta unica attraverso il suicidio assistito dei paesi dell’Unione (in questo quadro dopo la Grecia toccherà alla Spagna, poi verrà l’Italia e subito dopo la Francia) sbilancerà le sorti dell’economia mondiale verso altre monete. Per questo l’Europa farebbe bene a dotarsi, al più presto, di eurobond per tutti i 17 paesi dell’eurozona: provate a pensare la differenza tra lo sforzo di salire 17 scale da dieci gradini ciascuna rispetto a un’unica scala alta 170 gradini.

La discontinuità deve dunque consistere in un cambio, tangibile, nell’atteggiamento che tutte le parti in causa (politiche e sociali) devono avere nei confronti della crisi. Tracciata l’agenda, la prova di maturità del Paese si misurerà con la responsabilità dei comportamenti conseguenti. È infantile etichettare come atto di intelligenza col nemico, come purtroppo è successo, se un governatore (Nichi Vendola) saluta positivamente l’impegno del governo sul fronte del piano per il Sud. È questo, piuttosto, l’atteggiamento giusto: il governo è stato stimolato a sbloccare quei fondi (9 miliardi che consentiranno la costruzione di 70 opere fondamentali per lo sviluppo nel Meridione) e l’ha fatto: la politica che ha a cuore le sorti del Paese deve accogliere con favore la notizia e impegnarsi, quale che sia il suo colore, affinché quei 9 miliardi siano spesi presto e bene. Al bando i profeti di sventura e i paladini dell’odio. È il momento di amare ed essere fieri di questo Paese. È il momento di crederci.

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