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Scuola: i numeri da cambiare

La verità? La scuola e l'università italiana continuano a sfornare futuri disoccupati

Perché in Italia il 30% dei giovani tra i 16 e i 24 anni è disoccupato? Basta dare la colpa alla crisi economica? Probabilmente no. Le cause profonde, vanno ricercate piuttosto in un'offerta scolastica e universitaria che, nonostante i tentativi di modernizzazione effettuati finora, appare ancora inadeguata alle richieste di un mondo del lavoro che sta cambiando. Tanti diplomati al liceo e laureati in materie umanistiche non servono più. Le imprese, infatti, cercano giovani che a scuola abbia imparato un mestiere. Ma non li trovano.

A renderlo evidente sono i dati pubblicati recentemente dall'OCSE e la ricerca del CNEL su istruzione e lavoro che collocano il livello e la qualità del sistema educativo italiano al di sotto della media europea. Studi che fotografano tutti i numeri “da cambiare” della scuola italiana e che la Fondazione Rocca insieme all'Associazione Treellle hanno sintetizzato nel volume “I numeri da cambiare. Scuola, università e ricerca. L'Italia nel confronto internazionale”.

Ma quali sono questi numeri da cambiare? Intanto la percentuale di laureati che se in Italia, nel 2010, era del 32% in Europa raggiungeva già il 40%. E ancora i risultati dei test PISA che vedono i 15enni italiani in forte difficoltà rispetto ai compagni europei sul piano delle competenze matematiche. Altre differenze riguardano: la spesa totale per l'università (1% del Pil in Italia contro l'1,4% dell'Ue), gli investimenti in ricerca pubblica e privata (1,26% contro 2,06%) e il trasferimento tecnologico (la capacità di trasformazione della ricerca in brevetti che è quattro volte più bassa che in Germania).

Ma c'è un dato che spicca su tutti gli altri ed è quello relativo alla formazione professionalizzante: mentre in Germania il 7% della popolazione tra i 25 e i 34 anni ha un titolo di istruzione post-secondaria che gli fornisce una specializzazione nelle professioni richieste dalle imprese, in Italia questo tipo di laureati di fatto non esiste (siamo intorno allo 0,5%).

A questo proposito vale la pena citare la prospettiva elaborata dal CEDEFOP (Centro europeo per lo sviluppo della formazione) secondo cui entro il 2020 cresceranno i livelli di istruzione/formazione e di competenze richiesti in tutti i tipi di lavoro ma l'Italia sarà uno dei paesi con la più alta quota di forza lavoro con bassi livelli di qualificazione (37% contro la media Ue del 19,5%) e sarà caratterizzata da una forte carenza di lavoratori altamente qualificati (solo il 17,5% contro il 32% della Ue).

Ecco dunque gli obbiettivi che il nostro Paese dovrebbe porsi per colmare il gap: riagganciare uno sviluppo sostenibile, costruire un sistema educativo con indici più europei e investire più risorse, sia pubbliche che private. Come? Mettendo in comunicazione sistema scolastico e mondo del lavoro, Università e mondo delle imprese e uniformando gli investimenti in sviluppo e ricerca agli standard europei.

Di questo e di altro (dal prossimo concorso a cattedra al test Invalsi al numero e alla preparazione dei docenti italiani) Panorama.it ha parlato con l'attuale ministro dell'Istruzione Francesco Profumo e con l'ex ministro Mariastella Gelmini. Da entrambi arriva lo stesso consiglio agli studenti: “Scegliete una scuola per imparare un mestiere che serva”.

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