News

Cosa dice (davvero) la "Instrumentum Laboris"

Il testo che guiderà i lavori del Sinodo della Famiglia non concede aperture a divorziati ed omosessuali (al contrario degli annunci)

Non ho l’ambizione di scrivere questo articolo ammantando competenze di teologia o chiavi di lettura specialistiche sulla storia ed evoluzione della Chiesa ma, da giurista ed avvocato, non mi sottraggo a valutazioni prospettiche che l’Instrumentum Laboris, testo che guiderà il prossimo Sinodo della Famiglia, convocato dal 4 al 25 ottobre prossimo in Vaticano - ove oltre trecento vescovi discuteranno assieme al Pontefice dei temi della famiglia – offre nel quadro dell’evoluzione del rapporto fra diritto, società  e religione cattolica.

Con la pubblicazione di questo interessantissimo documento i media hanno ‘strillato’ titoloni sull’apertura della Chiesa alle istanze moderniste ed a categorie prima considerate escluse (divorziati, risposati, omosessuali).

Leggendo tuttavia nel dettaglio il testo dell’Instrumentum Laboris non posso seguire questa scia, frutto di un’esagerazione giornalistica: non è vero che la Chiesa ‘apra’ ad unioni omosessuali o legittimi il ‘divorzio’: viene anzi ribadito l’istituto del matrimonio come ‘vincolo indissolubile’, come ‘vocazione’ e come ‘sacramento’, con una struttura immutata ed immutabile.

I passaggi ‘chiave’ concernono l’opportunità di un ‘ripensamento delle forme di esclusione attualmente praticate nel campo liturgico-pastorale’ e l’auspicio all’ ‘accoglienza’ di fratelli con diverso orientamento sessuale, il che non è chiaramente sufficiente per adagiarsi ai peana della stampa e teorizzare un avallo della Chiesa ai disegni di Legge in discussione in Parlamento (disegno di Legge Cirinnà sulle unioni civili) o all’esito dei recenti referendum (Irlanda).

Chiesa e Stato, in modo sempre più marcato, operano su versanti distinti e la separazione dei poteri è molto rispettata nell’Instrumentum Laboris che si colloca integralmente nel campo spirituale, senza alcun accenno o sconfinamento a quello temporale.

Il ‘cambiamento antropologico-culturale’ che influenza l’affettività di oggi non viene assunto come critica alle politiche ma come spunto ad una riflessione sugli strumenti che la Chiesa deve predisporre per accogliere e permeare maggiormente le coscienze di un mondo votato all’individualismo ed alla solitudine.

Anche quando ribadisce il concetto di sacralità della vita, condannando l’aborto, richiama l’obiezione di coscienza, senza intromissioni nel campo del Legislatore.

In definitiva non scorgo elementi che possano far ritenere il prossimo Sinodo come la porta di accesso nella Chiesa delle politiche laiche sulla famiglia, la legittimazione dogmatica delle unioni omosessuali o del divorzio: semmai scorgo solo un parallelismo – che muove da intenti diversi – sul piano procedurale.

Nel testo più volte menzionato si auspica un’agevolazione ed accelerazione dei processi di nullità dei matrimoni afflitti da fallimento, processi da rendere più ‘accessibili’ ed ‘agili’, suggerendo modifiche procedimentali e strutturali degli stessi Tribunali Ecclesiastici (con tanto di proliferazione di questi ultimi) per rendere più brevi e più certi i tempi per conseguire la nullità del matrimonio canonico e, quindi, la verginità sacramentale.

Ne ho derivato un’assonanza con la recente riforma sul Divorzio Breve (L. 55/2015) laddove lo Stato muove da un analogo presupposto, quello di restituire in tempi più rapidi la libertà di stato – e quanto ne consegue – ai separati.

Se anche la Chiesa – dopo secoli di immobilismo - utilizza le riforme ‘processuali’ per conseguire i propri fini, questo mi induce a ritenere che le (poche) riforme della Giustizia – operate in ambito nazionale - siano sempre più fondamentali per assecondare i cambiamenti della società e dare attuazione ai diritti costituzionali dei cittadini.

© Riproduzione Riservata

Commenti